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La Cooperativa “Di Bolina” non avvertita di un utente positivo

La Cooperativa “Di Bolina” non avvertita di un utente positivo
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La Cooperativa sociale “Di Bolina” che gestisce il centro socio-educativo a Santa Maria in Selva, nel Comune di Treia, denuncia in una lettera che un suo utente risultato positivo al Covid-19, asintomatico, ha continuato a frequentare per diversi giorni la struttura senza alcuna comunicazione del contagio da parte degli uffici competenti.

Il 10 novembre ospiti e operatori del centro hanno effettuato il tampone per il controllo mensile, i risultati erano pronti già il 13, ma nè la cooperativa nè le famiglie degli utenti sono state informate di contagi da parte dell’Asur. Solo il 23 novembre emerge la situazione.

La Cooperativa sociale “Di Bolina”, che nel centro di Santa Maria in Selva ospita 26 utenti di varie località della provincia di Macerata, oltre a 11 operatori, spiega la vicenda nel testo che segue.

“Non siamo soliti lamentarci, tantomeno in questo momento in cui è necessario per tutti stringere i denti e cercare di andare avanti nel miglior modo possibile. Siamo altrettanto consapevoli, facendo e avendo scelto ciò che facciamo, della complessità di lavorare all’interno di un centro diurno per disabili e di affrontare la pandemia al suo interno. Il centro socio-educativo riabilitativo di Santa Maria in Selva, Treia (quello che ha lanciato la sfida a Totti, tanto per intendersi) gestito dalla cooperativa sociale “Di Bolina” accoglie quotidianamente 26 utenti da tutta la provincia di Macerata (Treia, Corridonia, Pollenza, Recanati, Porto Recanati, Macerata, Tolentino) ed ha un’equipe composta da 11 operatori ed 1 coordinatore: 37 persone circa quotidianamente. Dal 17 giugno, giorno della riapertura dopo il lockdown, abbiamo effettuato mensilmente i tamponi naso-faringei, come prescritto dal protocollo. Operatori ed utenti, nonostante l’invasività dell’esame (specialmente per alcuni dei nostri). Il 10 novembre abbiamo effettuato lo screening. Il 13 novembre, i campioni erano stati tutti esaminati. Le indicazioni ricevute dall’ufficio competente dell’Asur e dalle infermiere che hanno effettuato i tamponi erano sempre le stesse: ognuno contatti il proprio medico di base per i risultati, ma se nessuno vi contatta entro 48 ore potete tranquillamente considerare il tampone negativo. Ufficio competente e infermiere, ci teniamo a precisarlo, sempre molto attente, scrupolose e gentili nell’organizzare e nell’affrontare questo delicato compito. Alcuni medici di base hanno evidenziato sistematicamente la difficoltà di accedere ai risultati, ma noi abbiamo sempre confidato nella tutela da parte dell’Asur e nella circolarità delle informazioni. Il giorno 23 novembre, 13 giorni dopo il tampone, 10 dopo l’esito dello stesso, uno dei medici di base, che ha in carico un utente si reca a casa del soggetto dicendo ai familiari che l’indomani si sarebbero dovuti recare al drive per effettuare un nuovo tampone, dichiarando di non sapere altro. La famiglia, allarmata, ci contatta chiedendoci spiegazioni. Un’operatrice richiama a quel punto il medico di base: il tampone del 10 novembre risultava positivo. Dopo la comunicazione del medico di base, nessuno ci ha chiamato, anzi, siamo stati noi a chiamare direttamente l’Asur per chiedere conferma della positività: un rovesciamento di ruoli, di competenze e di responsabilità (dettato dall’urgenza e dalla gravità della situazione) che ci ha lasciato (e ci lascia ancora) basiti. L’utente, asintomatico, si è recato in struttura regolarmente fino al 23 novembre e ha svolto quotidianamente le attività proposte con quanto previsto dal rigidissimo protocollo concordato dall’Asur; ma una delle criticità maggiori è che i soggetti con disabilità non indossano sistematicamente o in maniera corretta continuativamente i DPI (la mascherina). Questo avviene secondo le disposizioni vigenti: le persone con disabilità sono esentate dall’uso delle mascherine come i bambini al di sotto di 6 anni. Per 10/13 giorni un utente positivo, seppur asintomatico, si è recato in struttura, senza che nessuno abbia avvertito i familiari o i responsabili del centro socio educativo e senza che gli Uffici competenti abbiano avviato le procedure di tutela. A chi scrive questo sembra inammissibile e di una gravità enorme. Possiamo comprendere il carico sugli operatori sanitari che la situazione epidemiologica di inizio novembre aveva, ma ci sentiamo traditi da chi avrebbe dovuto tutelarci. Questa “svista”(?) mette a repentaglio direttamente 37 persone, di cui 26 fragili e a rischio e tutti i loro familiari, molti dei quali “fragili e a rischio” per età. Non possiamo nemmeno immaginare la difficoltà di gestire uno dei nostri ragazzi in isolamento a casa. Avevamo messo in conto che, dato l’indice di contagio, avremmo potuto avere un riscontro di 1 o più positivi nello screening di novembre, ma in virtù delle indicazioni ricevute eravamo tranquilli e abbiamo rassicurato più di un genitore sulla “sicurezza” della nostra struttura e, ci teniamo a precisarlo, anche sui comportamenti virtuosi a livello professionale, ma anche personale, degli operatori della struttura, che consapevoli del servizio delicato nel quale lavorano, sono molto prudenti anche fuori dal loro orario di lavoro. Comprendiamo anche la possibilità di un errore umano o di una casualità, ma avremmo preferito che una provetta andasse perduta, anziché sapere che qualcuno è venuto a conoscenza della positività di un tampone e non abbia avvertito immediatamente familiari e responsabili di un centro diurno per disabili. Abbiamo rieffettuato mercoledì 25 novembre un tampone di controllo, i cui esiti ancora non conosciamo (sperando che i protocolli abbiano funzionato): siamo a sabato e nonostante ci avessero assicurato una priorità, ancora non sappiamo nulla. Non siamo stati messi in quarantena, siamo in autoisolamento, ma potremmo tranquillamente uscire e continuare la vita di tutti i giorni, rischiando ulteriori contagi; inoltre abbiamo chiuso di nostra volontà il centro, con tutte le conseguenze e i disagi che ciò comporta, per i ragazzi e le loro famiglie e per noi (senza considerare i costi). Quello che ci addolora maggiormente è il fatto che alcuni genitori stiano seriamente pensando di tenere a casa, al sicuro, i nostri ragazzi, essendo venuto meno l’elemento di protezione e tutela principale che abbiamo a disposizione. Non possiamo di certo biasimarli per questo”.

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