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Macerata, i 30 anni del Centro di Ascolto e Prima Accoglienza

Macerata, i 30 anni del Centro di Ascolto e Prima Accoglienza
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Il Centro di Ascolto e Prima Accoglienza di Macerata ha festeggiato i 30 anni di attività. In un incontro nella storica sede di via Zara, l’Associazione maceratese ha raccontato il suo percorso, di vita e di vite, evidenziato negli interventi della tavola rotonda moderata dal sociologo Massimiliano Colombi.

Niente di autocelebrativo, ma la possibilità di guardare al futuro affrontando i problemi del presente, sempre nuovi, con il consueto stile del Centro. Un incontro partecipato, vista la presenza di tanti tra operatori dal 1989 a oggi, amministratori locali e responsabili di altre realtà che con il Centro collaborano quotidianamente, oltre ai volontari e agli ospiti della struttura.

Ad aprire l’incontro i saluti del presidente Mario Bettucci che ha riavvolto metaforicamente la pellicola presente sul manifesto dell’iniziativa, in cui risaltano particolarmente i volti di quattro personalità importanti nell’esistenza del Centro di Ascolto: «Sono quelli del vescovo Tarcisio Carboni, di Giampiero Cacchiarelli, di Enzo Conti e di Franco Moneta – ha spiegato Bettucci -, quattro persone che il Signore ha amato tanto da volerle vicino a sé, forse in maniera prematura per noi. Sono stati coloro che hanno gettato dei semi e li hanno annaffiati, sono gli “Apollo” e i “Paolo” della Lettera ai Corinzi (1Cor 3,6) che citiamo nel manifesto di questa giornata. Quattro persone che si sono spese per la Chiesa locale, per il Centro di Ascolto: il vescovo Tarcisio ha scommesso e investito in solidarietà e fraternità dando questi locali; Giampiero come primo co-direttore della Caritas insieme alla moglie Manuela, che ha spinto per la realizzazione dell’Associazione; Enzo che l’ha traghettata con i nuovi ambienti del piano terra; e, non ultimo, Franco che in tutto questo percorso è stato prima volontario, poi coordinatore delle attività».

Franco Moneta che è stato citato anche dal sindaco di Macerata Romano Carancini: «Questo è un luogo storico della città e in cui la città stessa si misura – ha detto il sindaco -, perché riesce a essere vicina ai più fragili grazie a tutti i suoi operatori. Franco è davvero una figura indimenticabile perché capace di ispirare tanti giovani a ritrovare il senso dell’altro, per una comunità che qui ha trovato la sua giusta dimensione. Credo che si tratti di un bellissimo compleanno, finché esisteranno persone come quelle ricordate stasera, tutti noi avremo ancora un po’ di speranza».

Romano Carancini e Mario Bettucci

La tavola rotonda ha contribuito a far rincontrare tante di queste umanità, partendo dalle esperienze del primo presidente del Centro, Massimo Tallei, così come di chi ne è stato assistente spirituale, come don Luigi Taliani, o, in gioventù, ha effettuato nella struttura un percorso da obiettore di coscienza, come Massimo Tasso e Giancarlo Cartechini.

«La parola “ascolto” si contrappone alla retorica della società del “non ascolto” – ha affermato Colombi -, stasera ribadiamo l’importanza di un ascolto “dialogico”, caratterizzato dall’essere ascoltati e dall’ascoltare».

Casualità ha voluto, poi, che il trentennale avvenisse in contemporanea con l’accensione dell’albero e l’apertura ufficiale delle festività natalizie di Macerata: «La piazza che si illumina e il Centro stesso che si illumina – ha detto Colombi -, ovvero, la città “di sopra” che si collega alla città “di sotto”, un’unione che diventa particolarmente interessante rispetto anche all’attualità: per essere davvero “sicura” una città deve mettere in dialogo queste sue parti».

Parole condivise ancora dal presidente Bettucci, che ha lanciato una riflessione: «Mi sono accorto che questo di via Zara è il primo palazzo che si incontra prima di entrare nel Centro storico, proprio di fronte a un edificio storico come Palazzo Buonaccorsi. Da un lato l’accoglienza, dall’altro la cultura: concreti simboli di riconoscimento di Macerata».

Gli interventi che si sono succeduti, insieme alle video-testimonianze di persone e famiglie che sono riuscite a realizzare il loro percorso di vita grazie al Centro di Ascolto, hanno poi consentito, tra ricordi e sollecitazioni, di tracciare prospettive future: dal ragazzo africano che dopo aver imparato l’italiano è riuscito a prendere la patente, ora ha un lavoro e sottolinea con gioia la sua «autonomia»; alla famiglia di origine albanese, per la quale Macerata ha rappresentato la possibilità di dare un tetto e un futuro ai propri figli; o per chi, proveniente dalla Romania, un tempo accompagnata nel proprio percorso come badante ha fatto il corso per operatore socio sanitario e lavora in una casa di riposo; fino ai tanti italiani che dopo la crisi hanno perso il lavoro o comunque sono in difficoltà economica.

«Per me il Centro è una lanterna che illumina questa società – ha detto Tallei -, affinché l’accoglienza avvenga anche all’interno delle nostre case e sia propria del nostro stile di vita». Riportando anche i saluti del presidente del Consiglio regionale Antonio Mastrovincenzo (uno dei primi obiettori di coscienza del Centro), Tasso ha invece fatto un distinguo: «Vorrei che rimanesse così, attualizzandosi rispetto ai problemi e conservando la sua caratteristica di “porta aperta”». Mentre per Cartechini, anche nel XXI secolo, «non si può prescindere dall’ascolto». Per don Taliani il messaggio del Centro è «nell’importanza di dare un volto alla povertà» ed è racchiuso oggi nelle parole di papa Bergoglio, per le quali «la realtà viene prima delle idee». «Non andiamo avanti a memoria, perché si è sempre fatto in un modo o in un altro – ha ribadito -, proseguiamo creativamente la storia di questa realtà».

Dall’incontro è emerso «un duplice motiva di speranza», ha invece affermato Manuela Cocci Grifoni, co-direttrice della Caritas per 18 anni col marito Giampiero Cacchiarelli: «Ciò che rimane e da cui ripartire dopo questo racconto a più voci, è comprendere come alcuni servizi e i valori della condivisione e dell’attenzione verso l’altro, sui quali si era scommesso trent’anni fa, sono ancora attuali. L’altro aspetto è stato vedere come il rendersi disponibili alle persone, anche se faticoso o metta in discussione, sia stato per tanti anche una risposta e una ricchezza alla propria esistenza – ha concluso – e come questi valori siano stati riportati anche nella propria quotidianità».

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