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Università di Macerata, l’inaugurazione del 736° Anno Accademico

Università di Macerata, l’inaugurazione del 736° Anno Accademico
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L’Università di Macerata ha inaugurato il nuovo Anno Accademico, rilanciando il ruolo pubblico della conoscenza come fondamento di crescita economica, coesione sociale e democrazia, in un contesto globale segnato da guerre, crisi democratiche e crescenti attacchi alla competenza e alla ricerca

La cerimonia di apertura del 736° anno dalla fondazione dell’Ateneo si è tenuta al Teatro Lauro Rossi, accompagnata dal coro Unimc diretto dal M° Lorenzo Chiacchiera e preceduta dal tradizionale corteo accademico, con la partecipazione di studenti, personale tecnico-amministrativo e docenti.

Università di Macerata

Presenti anche numerosi rettori ospiti in rappresentanza dei loro atenei: L’Aquila, Camerino, Cassino e Lazio Meridionale, Chieti-Pescara, Foggia, Politecnica delle Marche, Molise, Napoli L’Orientale, Perugia per Stranieri, Perugia, Internazionale di Roma, Salento, Sannio, Teramo, Tuscia e Urbino Carlo Bo.

Il tema scelto, “Conoscenza che crea valore”, ha orientato un confronto che ha intrecciato attualità internazionale, politiche dell’istruzione superiore e responsabilità delle università in una fase storica caratterizzata da instabilità geopolitica e profonde trasformazioni tecnologiche.

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Nel corso dei saluti istituzionali, il sindaco di Macerata Sandro Parcaroli e il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli hanno ribadito il ruolo strategico dell’Università di Macerata come motore culturale, sociale ed economico del territorio.

In particolare, Acquaroli ha annunciato l’avvio di «un tavolo di confronto e concertazione con le università pubbliche della regione» per «fare squadra» e rafforzare la capacità del sistema regionale di rispondere alle esigenze dei giovani e delle imprese.

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Sandro Parcaroli e Francesco Acquaroli

La relazione del rettore John Mc Court ha delineato la visione strategica di Unimc: un ateneo pubblico che rifiuta una concezione puramente utilitaristica della formazione e rivendica il valore della conoscenza come bene comune.

«Ci interessa una crescita che costruisca futuro, un futuro di valore: misurabile e condiviso», ha detto il rettore.

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John Mc Court

Dalla relazione emerge l’immagine di una “city university” pienamente integrata nel tessuto urbano e civile di Macerata, che investe in spazi, servizi e processi per migliorare concretamente l’esperienza di studio e di lavoro.

In questo quadro si collocano l’inaugurazione del nuovo sportello delle segreterie studenti nell’ex complesso della Banca d’Italia, i futuri interventi su residenze, biblioteche e impianti sportivi, e l’attivazione di nuovi corsi di laurea e percorsi interdisciplinari, anche in lingua inglese e in modalità mista.

Mc Court ha ribadito con forza la difesa dell’autonomia universitaria come garanzia democratica, rivendicando il ruolo centrale dei saperi umanistici e delle scienze sociali in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalla sovrabbondanza di informazioni.

«L’autonomia dell’università e della ricerca non è un privilegio corporativo: è una condizione di libertà e una garanzia per la democrazia», ha affermato Mc Court, sottolineando come senza autonomia «la conoscenza si indebolisce e la verità diventa negoziabile».

Il rettore ha messo in guardia anche dal rischio di un uso acritico delle tecnologie e dalla delega del giudizio umano agli algoritmi: «controllo, supervisione e decisione devono rimanere in capo alla persona», perché «la responsabilità resta umana».

Ha infine richiamato i nodi strutturali del sistema universitario italiano: «L’autonomia, senza risorse, rischia di ridursi a una parola nobile ma fragile», chiedendo investimenti più coerenti con il ruolo strategico dell’università pubblica nello sviluppo del Paese.

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John Mc Court consegna il Sigillo dell’Università di Macerata a John Van Reenen

Particolarmente significativo, in chiave di attualità internazionale, l’intervento di John Van Reenen, ospite d’onore dell’inaugurazione.

Professore alla London School of Economics, Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico e tra i più autorevoli economisti a livello globale, Van Reenen ha richiamato la crisi dell’ordine internazionale e il clima di delegittimazione della competenza che attraversa diversi Paesi occidentali.

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John Van Reenen

«Il mondo si trova attualmente in una situazione molto pericolosa», ha affermato Van Reenen, parlando di «una rottura dell’ordine mondiale» in cui «l’ideologia populista denigra la competenza» e i dibattiti pubblici sono «vinti dai più potenti, non dall’argomentazione basata sulla ragione e sui fatti».

Nel citare i tagli e le pressioni politiche che colpiscono università e centri di ricerca, in particolare negli Stati Uniti, ha avvertito che «le università non sono solo motori di innovazione», ma anche presìdi democratici, «ed è per questo che gli autoritari le odiano così tanto».

Illustrando i risultati delle sue ricerche, ha ribadito che la crescita di lungo periodo è legata all’accumulazione di conoscenza e al ruolo delle università nella formazione del capitale umano, sottolineando come le competenze critiche e analitiche restino decisive anche «nell’era dell’intelligenza artificiale».

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Anna Cimarelli, Diana Sviderska e Stefano Di Carlo

La cerimonia ha dato voce anche alle diverse componenti della comunità accademica. Stefano Di Carlo, presidente del Consiglio delle studentesse e degli studenti, ha portato un intervento sul disagio generazionale, sulle disuguaglianze e sulla richiesta di ascolto di una generazione raramente coinvolta nei processi decisionali.

L’università, ha affermato, deve restare uno spazio di confronto democratico: «Il conflitto in democrazia non è una minaccia, tutto il contrario, è una risorsa».

Diana Sviderska ha letto un discorso scritto insieme a Melika Khangoli, impossibilitata a rientrare dall’Iran, richiamando il valore dell’internazionalizzazione come esperienza concreta di integrazione e dialogo.

Anna Cimarelli, per il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, ha infine sottolineato la centralità del lavoro quotidiano che sostiene l’università pubblica, in un contesto sempre più complesso e sottoposto a forti pressioni burocratiche e finanziarie.

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